Cosa significa Shohin nel bonsai? Origine e vero significato
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Cosa significa “shohin” quando si parla di bonsai?
Shōhin (小品) significa “piccola opera” o “piccolo oggetto”. Nel bonsai indica piccoli alberi coltivati come opere complete e, storicamente, come pezzi da collezione.
La traduzione è importante, perché racconta qualcosa che spesso si perde quando Shohin viene spiegato semplicemente come “bonsai piccolo”.
Oggi il termine identifica una categoria ben riconoscibile del bonsai e, nelle principali esposizioni giapponesi dedicate allo Shohin, il riferimento dimensionale arriva fino a circa 20 centimetri.
Ma Shohin non significa “bonsai di 20 centimetri”.
I 20 centimetri appartengono alla sua classificazione moderna. La parola racconta qualcosa di diverso.
Cosa significa realmente la parola giapponese Shōhin?
Shohin si scrive 小品.
Il primo carattere, 小 (shō), rimanda a ciò che è piccolo. Il secondo, 品 (hin), può indicare un oggetto, un articolo, un pezzo.
Ma è l'uso della parola intera a essere particolarmente interessante.
Il Digital Daijisen la definisce, nel campo della pittura, scultura e musica, come un'opera di piccole dimensioni. Il Nihon Kokugo Daijiten registra inoltre il significato più generale di piccolo oggetto.
Il dizionario giapponese-italiano Shogakukan rende 小品, a seconda del contesto artistico, con termini come quadretto, breve componimento e pezzo.
È una sfumatura che cambia parecchio il modo di leggere la parola.
Uno Shohin non è linguisticamente definito semplicemente dall'essere basso. È un piccolo pezzo, una piccola opera.
Shohin non significa letteralmente “bonsai da collezione”
Qui vale la pena essere precisi.
Tradurre 小品 direttamente con “oggetto da collezione” sarebbe affascinante, ma non corretto. Il concetto di collezione non è contenuto letteralmente nei due caratteri.
Nasce piuttosto dall'incontro tra il significato della parola e la storia che questi piccoli bonsai ebbero nel Giappone moderno.
Ed è proprio qui che lo Shohin diventa molto più interessante della sua altezza.
I piccoli bonsai esistevano prima dello Shohin moderno
Naturalmente il Giappone non ha scoperto improvvisamente gli alberi piccoli nel XX secolo.
La coltivazione miniaturizzata ha radici molto più antiche. La stessa All Japan Shohin Bonsai Association colloca lo sviluppo del piccolo bonsai tra il periodo Edo e l'epoca Meiji e collega l'attrazione per le forme minute a una sensibilità giapponese ancora precedente.
Quello che cambia nel periodo moderno è un'altra cosa:
il piccolo bonsai acquista progressivamente una propria identità.
Non è più soltanto una versione minuta di un bonsai più grande.
Diventa qualcosa che vale la pena scegliere, coltivare, esporre e collezionare proprio in quanto piccolo.
Matsudaira Yorinaga e la nascita della cultura Shohin
Una delle figure fondamentali di questa trasformazione fu il conte Yorinaga Matsudaira (1874–1944).
Matsudaira fu uno dei grandi appassionati e collezionisti di bonsai in miniatura del primo Novecento. Una fonte legata alla tradizione bonsaistica di Takamatsu arriva a indicarlo come la figura alla quale viene attribuita l'origine dello Shohin bonsai moderno.
La cosa interessante non è però soltanto stabilire chi abbia usato per primo una parola.
È osservare che cosa stava succedendo al bonsai.
Matsudaira e sua moglie Akiko costruirono una straordinaria collezione di piccoli alberi. Negli anni Trenta il loro insieme di Shohin era già celebre, e Matsudaira ebbe anche un ruolo importante nella nascita della Kokufu Bonsai Exhibition del 1934.
Il piccolo bonsai era diventato ormai un oggetto di attenzione collezionistica autonoma.
Questa è probabilmente la chiave migliore per comprendere il termine.
Un piccolo bonsai, ma un'opera completa
Pensare allo Shohin come a una “piccola opera” aiuta anche a capire perché costruirne uno convincente sia così difficile.
Non deve semplicemente essere piccolo.
Deve possedere, entro uno spazio estremamente limitato, abbastanza informazioni da suggerire un albero maturo: base, tronco, movimento, ramificazione, proporzioni e rapporto con il vaso.
La scala diminuisce.
Le esigenze estetiche no.
Anzi, spesso accade il contrario. Su un albero grande qualche centimetro di troppo in un ramo può avere poca importanza. Su uno Shohin può modificare l'intera proporzione dell'opera.
È forse questo il senso più utile della parola per un bonsaista contemporaneo: piccolo nel formato, non nell'ambizione.
Perché gli Shohin si prestano al collezionismo
C'è poi un'altra caratteristica che distingue profondamente questa cultura.
Uno Shohin raramente viene pensato soltanto come albero isolato.
Nelle esposizioni tradizionali più alberi possono essere messi in relazione attraverso scaffali, tavolini, vasi e piccoli elementi di accompagnamento. Specie, stagione, direzioni e pesi visivi devono dialogare fra loro.
Di conseguenza il collezionista non cerca necessariamente “il bonsai definitivo”.
Costruisce nel tempo un insieme di alberi differenti.
Un pino può avere un ruolo. Un acero un altro. Una pianta da frutto o da fiore introduce la stagione. Il vaso stesso diventa parte della scelta.
È qui che il significato di 小品 come piccolo pezzo o piccola opera acquista quasi una seconda vita: ogni albero può essere apprezzato individualmente, ma anche come parte di una collezione e di una composizione più ampia.
E i famosi 20 centimetri?
Oggi, quando utilizziamo Shohin come categoria bonsaistica, la dimensione conta eccome.
La All Japan Shohin Bonsai Association utilizza circa 20 cm come limite superiore dello Shohin, e le moderne regole espositive hanno reso questo confine molto più preciso.
Ma quella è una questione abbastanza importante da meritare un articolo proprio.
→ Quanto deve essere alto uno Shohin bonsai? La regola dei 20 cm